Mkutano Askofu wa Iringa … 18 ottobre

Stefano Manservisi

Quello di oggi dovrebbe essere l’incontro più importante di questo viaggio dopo quello alla Nazareth House di Dar con il Vescovo di Iringa.

Colazione alle otto e ci presentiamo puntuali alle 9 in vescovado, come sempre ci accoglie padre Wissa che ci fa accomodare nella sala per le riunioni dove ci aspetta il vicario. Mentre aspettiamo che arrivino tutte e persone invitate all’incontro Carlo si fa spiegare dal vicario la “genealogia” della diocesi di Iringa dalla sua fondazione alla fine dell’800 ad oggi.

Quando tutti sono arrivati, il vicario apre l’incontro con un saluto e l’invito a presentarsi, attorno al tavolo siamo in 10. Dopo le presentazioni Luciano da inizio ai lavori.

L’incontro dura tre ora e si tiene in tre lingue: kiswahili, inglese ed italiano e anche per questo risulterà piuttosto impegnativo ma decisamente proficuo e costruttivo.

Abbiamo affrontato temi fondamentali per il futuro del progetto idroelettrico, con l’unico comune scopo di realizzare un impinto che permetta di innescare e sostenere lo sviluppo delle popolazioni delle nostre montagne, in autosufficienza economica e sempre salvaguardando la caratteristica “non profit”.

Alle 11:30 circa Carlo ci lascia per andare a trovare gli amici di Nyumba Ali. Una associazione che si occupa di riabilitare e sostenere i bambini disabili. Noi proseguiamo ancora un’altra oretta poi il vicario conclude i lavori invitandoci a pranzo assieme a loro. Durante il pranzo abbiamo il modo di constatare la reciproca soddisfazione per l’incontro che segna l’inizio di un nuovo cammino insieme tra SCSFong e la Diocesi di Iringa.

Dopo pranzo abbiamo in altro appuntamento con l’ingegnere che dovrà occuparsi della perimetrazione delle aree da acquisire per il nostro progetto sia a monte che a valle dell’impianto.

Conclusi gli incontri tecnici in sede chiedo a p. Peter se ci può accompagnare allo sportello bancario per valutare la possibilità di aprire un canale diretto tra Bologna e iringa. Purtroppo per poter aprire un account come o.n.g. Occorre la registrazione in Tanzania e anche per aprirne uno personale occorre un permesso di soggiorno temporaneo.

Tutto sommato, considerando la frequenza dei viaggi in questi ultimi anni ed il costo dei visti, potrebbe essere utile dotare due persone di permesso temporaneo e aprire un account. Rimaniamo d’accordo con p. Peter che mi fa sapere cosa occorre e quali costi ha una operazione del genere.

A questo punto passiamo a salutare anche noi gli amici di Nyumba Ali che stanno facendo veramente un grande lavoro con questi bambini che non godono di una sorte migliore di quelli che ho conosciuto a Tabora, anzi credo che siano molto più impegnativi, vederli giocare nella palestra di riabilitazione, come al solito mi crea emozioni contrastanti e difficilmente descrivibili a parole … ci fermiamo per quattro chiacchiere poi li liberiamo e assieme a Carlo andiamo a fare qualche acquisto alla associazione Neema Krafts e al mercatino Masahi.

Neema Krafts è un’altra associazione che si occupa della riabilitazione di persone disabili ed è organizzata con un laboratorio attrezzato per attività artigianali ed un bel negozio impostato analogamente a quelli del mercato equo e solidale che conosciamo in Italia e a Bologna, l’organizzazione è sostenuta dalla Diocesi Anglicana di Ruaha.

Il mercatino Masahi invece è un piccolo mercatino artigianale dove si possono trovare oggetti di artigianato locale e Masahi, qui incontriamo ancora uno dei due ragazzi che fermarono Carlo qualche giorno fa mentre aspettavamo Mario vicino al mercato e la mamma Masahi che ci presentò Peter anni fa e che è diventata la nostra fornitrice ufficiale di collane e ciondoli, trovo anche qualche altro oggetto e un paio di disegni a colori, in tinga tinga e un masahi.

Ormai è ora di rientrare, salutiamo Peter e andiamo a prepararci per la cena.

Non è ben chiaro con quale criterio la sala per la cena sia una volta quella superiore e una volta quella inferiore nonostante sia apparecchiata quell’altra, comunque non fa differenza, scendiamo. La sala grande, è ricavata dalla copertura e dalla chiusura con grani finestrone scorrevoli (attraverso le quali si accede) di un grande spazio che era evidentemente stato pensato come aperto, la sala ha poi uno spazio più raccolto che ospita il ristorante … siamo solo noi … e siccome la luce della zona ristorante non si accende e a quanto pare non si aggiusta, ceniamo nella penombra.

Dopo cena in camera a preparare le valige, domani lasceremo Iringa per Morogoro sulla via del ritorno.

I volontari di Nyumba Ali

Carlo Lesi

Oggi sosta ad Iringa. Ho avuto modo di rivedere Bruna e Lucio che da 4 anni vivono qui dopo avere lasciato Bologna ed hanno accolto in casa tre ragazze con handicap motorio e/o psichico. Hanno poi costruito, affianco la casa, una palestrina di riabilitazione per bambini con esiti di paralisi cerebrale. La loro associazione si chiama Nyumba ali ( Casa con le ali) e non ci sono parole per esprimere la nostra gratitudine mista a stupore di fronte a scelte di vita così radicali ed utili. Non fanno notizia ma lasciano un segno – quanto meno una memoria – in chi ne viene a contatto. Assieme a loro ho incontrato quattro ragazzi italiani con meno di trenta anni ciascuno che a vario titolo danno una mano: due volontari civili, una laureanda come logopedista, una maestra di sostegno per ragazzi con handicap. Tutti qui per tempi diversi, ma animati dal desiderio di venire a contatto con simile particolare iniziativa. Anche formativa sia sul piano umano che professionale. Un paio di loro di pomeriggio si reca nelle abitazioni dei bambini per valutare come stanno e soprattutto se si alimentano. Le porte si sono aperte perché i nostri amici hanno istituito frequenti contatti con le madri creando fiducia nel lavoro svolto. I padri latitano. Da queste parti la regola è un pasto al giorno: polenta e fagioli, riso e legumi. Carne e pesce rari per motivi economici.

Dal che si comprende la frequente malnutrizione che affligge i piccoli: ne ho visti un paio con il pancino gonfio. Il che complica la loro malattia.

Ovvio che questi volontari sono ben tutelati dal punto di vista umano e delle attività che svolgono, ma il solo pensiero di lasciare la nazione di origine, venire in un altro continente molto diverso da quello di origine e vivere accanto a bambini con gravi disabilità è encomiabile a dir poco. Convivere con banali disagi: l’improvvisa mancanza di acqua e/o di luce. Ad esempio in questo momento sto scrivendo nel buio della mia camera per la scomparsa della luce. Stamattina mancava l’acqua. Chi svolge servizio civile si ferma un anno, gli altri per periodi inferiori. Allora va detto a chiare lettere che esiste ancora una gioventù non fannullona e non “bambocciona” che decide di spendere senza enfasi parte della propria vita al servizio di chi la vita, per vie imperscrutabili, ha reso meno fortunata della loro. Anche su questo punto c’è da riflettere: spesso i portatori di handicap sopperiscono con profonda sensibilità umana ed affetto alle carenze fisiche, psichiche, intellettive. Sembra che abbiano sviluppata – con un misterioso meccanismo di compensazione – la parte del loro essere non toccata dalla malattia. L’arricchimento- seppur faticoso – diventa reciproco fra loro e chi hanno a fianco. E’ proprio il caso di dire che “ chi trova un volontario trova un tesoro.”. 

L’impassibile eleganza della giraffa

Carlo Lesi

In ogni società che si rispetti ciascuno rappresenta un aspetto della vita, composta di tanti tasselli. Ci pensavo oggi mentre cercavamo il leone al termine del nostro safari all’interno del Ruaha National Park. E’ il nucleo di un vasto ecosistema incontaminato che si estende per circa 40.000 Kmq ed è il secondo parco in ordine di grandezza di questa terra contenendo 12.000 esemplari di animali oltre a 400 specie di uccelli.

Lungo la parte orientale del parco scorre il Great Ruaha River che ospita ippopotami e coccodrilli. Il fascino del parco consiste anche dall’essere poco battuto dai turisti per cui è visitabile in assoluta tranquillità. Necessitano tre-quattro giorni per percorrerlo tutto tanta è la sua ampiezza.

Stavamo cercando il leone che non si faceva trovare. Dispiaceva andarcene senza averlo visto. Abbiamo girato e rigirato per lungo tempo a vuoto lungo le piste del parco sotto l’occhio vigile della guida. D’altronde i capi si devono far desiderare!. Finalmente lo abbiamo avvistato da lontano accovacciato sul greto del letto di un fiume asciutto in compagnia della leonessa all’ombra di un albero.. Pareva stanco e sazio. Voleva riposare. In quel momento era molto caldo e tutti gli animali per istinto cercavano l’ombra.

Così se il leone “ simba” è il re della foresta per la sua maestosità e le sua capacità predatorie, se il bisonte, il rinoceronte ed il bufalo rappresentano la forza bruta, l’elefante la potenza, le gazzelle l’agilità, le zebre la bizzarria dei colori della pelle, il coccodrillo la facile capacità di mimetizzarsi per colpire a tradimento ecc , la giraffa si distingue per la sua eleganza nonostante pesi 450-1200 Kg la femmina e 1800-2000 Kg il maschio. Con i suoi 5 metri di altezza raggiunge con facilità i rami più alti degli alberi e nel contempo domina la scena circostante. Incontra difficoltà ad abbassarsi per abbeverarsi. Nonostante il suo atteggiamento indifferente, è in grado di battere in velocità qualsiasi predatore. Ce ne siamo accorti oggi quando ne abbiamo vista una che cambiava strada con rapidità alla vista del leone. Dicevo della sua eleganza. Anche se a prima vista può apparire goffa causa il collo lungo, simile a quello immortalato dalle donne di Modigliani, che collega la piccola testa in cima con un corpo che ricorda quello di un impala, il suo incedere lento e guardingo denota stile e padronanza di sé. Pare una esperta modella che sfila sulla passerella in un defilè di moda. Anche quando si nutre delle foglie degli alberi assume un atteggiamento compassato. La maculatura della pelle, più o meno scura a seconda dell’età e della razza, le dona un tocco di signorilità. Pare rivestita di una pelliccia. In un mondo come quello animale ( ma non solo) in cui vige la legge del più forte un po’ di stile non guasta. E’ anche vanitosa: si lascia fotografare con facilità mettendosi in posa per restarci tutto il tempo che necessita al fotografo per coglierne l’impassibile bellezza.

La domenica andando alla messa

Carlo Lesi

Oggi domenica giorno di riposo. Siamo stati stamattina nei dintorni di Maguta per vedere lo stato di avanzamento dei lavori laddove la condotta forzata compie il balzo finale prima di arrivare a valle per incontrare la turbina che trasforma l’energia idrica in quella elettrica. Lavoro immane compiuto a regola d’arte..

Maguta, dove ha sede Casa Monari ed il cantiere, è una frazione di Madege: è circondata di colline verdeggianti in parte coltivate con cura in parte coperte di boschi. A volte i boschi sono così fitti e gli alberi così alti che pare di essere nella foresta amazzonica. Ovvio che occorre un pizzico di sana fantasia da parte di chi scrive. Di certo è una zona piovosa. Un paesaggio riposante e surreale anche per la presenza di capanne di fango e paglia che ancora si intravvedono ed i bambini scalzi, coperti di polvere e di stracci che si incontrano. In cambio sorridono e ricambiano il saluto educatamente con la mano. Occhi vivaci e sorriso a tutto tondo. Nessun moralismo, ma ogni tanto fa bene ripensarci per provare a dare il giusto valore ai fatti della nostra vita quotidiana “occidentale”. Per immergerci meglio in questa realtà con Stefano abbiamo camminato a piedi sulle strade fangose. Stanotte è piovuto. Oggi cielo plumbeo con apertura pomeridiana al sereno. Nel nostro giro abbiamo incontrato frotte di donne e bambini; pochi gli uomini. Non è facile dare l’età alle donne: sembrano tutte anziane con visi rugosi e lineamenti del volto scolpiti testimonianza della vita faticosa e di stenti che conducono. Vi contribuiscono anche le numerose gravidanze. Mi hanno riferito anche di maltrattamenti da parte degli uomini ubriachi Non sono mai entrato nelle loro case ma a chi è stato loro concesso racconta di interni miseri composti da stuoie per dormire, cavalletti di legno per appoggiare i vestiti, un po’ di legna al centro per accendere il fuoco. Wc open space. A chi scrive piacerebbe conoscere lo swaili ed avere la possibilità di parlare con loro per conoscerne usi e costumi. Anche entrare nelle loro case. Non per curiosità ma per capire. Ritengo che anche queste persone abbiano insegnamenti e saggezza di vita da offrirci. Esempio apparentemente banale sono i vestiti delle donne incontrate oggi: di colori sgargianti, a tinte forti con giochi, disegni ed intrecci di diversi colori che colpiscono a prima vista. Ravvivano l’animo di chi li incrocia. In questo modo manifestano una dignità umana che contrasta con le fatiche che sopportano ogni giorno. Dove stavano andando? A Messa. Con i loro vestiti allegri forse volevano sottolineare l’importanza dell’evento. Questo non è già un insegnamento di vita per noi?

La strada maestra di vita

Carlo Lesi

Prima di salire a Maguta ci siamo fermati ad Iringa nelle vicinanze del mercato. Mentre aspettavamo che aprisse l’emporio per la spesa si sono avvicinati due ragazzi che hanno salutato Mario che conoscono da anni. Mario ad Iringa è di casa sia per gli acquisti che compie sia per la manutenzione che compie a favore dei fuoristrada della ONG. Il suo carattere aperto lo porta a diventare con facilità rafiki ( amico in swaili) di molti. Edmund e Julius ci hanno salutato con il tipico calore del popolo tanzaniano. Sorrisi, strette di mano, l’immancabile karibu ( benvenuto) battute che si concludono sempre con una risata. E’ un popolo che possiede ancora il senso ed il sapore della risata. Con occhi vivaci e sorriso smagliante hanno pian piano tolto dalle borse, che portavano a tracolla, alcuni oggetti che hanno posto per terra: piccoli animali e sopramobili in legno, stuoie di varia grandezza, disponibili i due ragazzi a sconti favolosi!!?. Un negozio inventato lì per lì sul marciapiede all’aria aperta: open space diremmo noi per darci un tono. Non ci vuole molto: oggetti da proporre, un abile venditore, un acquirente accalappiato ed il gioco è fatto. Inizia la contrattazione. Si da il caso che l’acquirente non fosse interessato all’acquisto per cui il colloquio è divagato su altri argomenti favorito dalla buona conoscenza dell’inglese di uno dei due. Inglese imparato on the road a contatto con i turisti che passano da Iringa fra giugno e settembre. Alla faccia di tutte le scuole costose in cui si insegna inglese! Hanno subito soggiunto che ci sono anche molti volontari ma non hanno soldi per cui comperano poco o nulla. I nostri amici però si ingegnano con altre fonti di guadagno per mangiare e vivere loro e la famiglia che hanno sulle spalle. Sono entrambi padri uno di una bimba di un anno e l’altro di due bimbi di quattro e due anni: una sola è la moglie. I bambini devono crescere robusti hanno replicato alle domande del mancato acquirente. Il ragazzo che sapeva l’inglese si è lanciato a raccontare di vendere la sua mercanzia anche in un negozio che possiede fuori città aggiungendo che per arrotondare gli affari lavora la terra, come anche il suo amico altrettanto furbo ma penalizzato dal masticare poco l’inglese. Visto che l’acquirente tergiversava gli hanno detto chiaro e tondo – sempre con un ironico sorriso sulle labbra – che se non acquistava nulla non avevano soldi per nutrire i figli che così si sarebbero ammalati. Poiché il possibile compratore ha un cuore ha dato loro appuntamento on the road la prossima settimana quando ripasserà da Iringa. Non sono necessarie agende per vederlo. Il filo sottile della domanda e dell’offerta porterà ad incontrarli. Ed il futuro acquirente mentre saliva sul Toyota che lo avrebbe portato a Maguta ha pensato che è la strada ad essere maestra di vita e non la storia come ci è stato insegnato sui banchi di scuola.

La Condotta … 15 ottobre, sabato

Stefano Manservisi

Dopo pranzo sistemiamo le nostre cose nelle camere e con Carlo tentiamo di risolvere i suoi problemi di connessione che lo hanno isolato dal mondo impedendogli di accedere a Internet. Alla fine riusciamo a risolvere in qualche modo (piuttosto empiricamente), mentre l’ineffabile Mario è già pronto sul Toyota per accompagnarci a vedere l’opera: la condotta forzata.

Scendiamo verso la diga e risaliamo fino alla passerella che la attraversa in tutta la lunghezza. Da qui si può avere una visione di insieme della di tutto il lavoro fatto: a valle dal vano che contiene la valvola a farfalla (in sostanza il “rubinetto” a monte della condotta) scende come un lungo serpentone, la condotta forzata che, adagiata sul ciglio destro (scendendo) della strada di servizio percorre i lieve discesa i primi 900 m di percorso fino ad immettersi nel tratto in caduta quasi verticale fino alla centrale elettrica. A monte si può (per ora) solo immaginare l’invaso che nascerà una volta che, chiusi gli scarichi di fondo della diga, l’acqua avrà allagato l’ansa del Lukosi fino a che il livello non avrà raggiunto la soglia tracimante dello sbarramento che permetterà, una volta riempito il bacino di mantenere invariato il percorso e la portata del Lukosi mantenendo inalterato il suggestivo aspetto delle cascate del Lukosi e delle successive placide anse a valle dello sbarramento. Devo dire che vedere dall’alto quell’enorme serpentone metallico dà grande soddisfazione e suscita una fortissima emozione ed ammirazione per coloro (provenienti dall’Italia o da queste montagne) che l’hanno pensata e realizzata. Ovviamente il pensiero corre anche alla visionaria lungimiranza del Prof. Monari che in un periodo nel qual non era certamente immaginabile l’attuale sviluppo della questione energetica sia locale che mondiale, seppe anticipare a dispetto di tanti pragmatismi limitati l’attuale possibilità di realizzare una opera che può realmente incidere sullo sviluppo locale di queste popolose montagne e che ora può avere anche reali opportunità di auto sostenersi economicamente allontanando lo spettro di avere realizzato una cattedrale nel deserto o comunque uno strumento che una volta lasciato ai suoi legittimi destinatari venga poi abbandonato per mancanza di risorse. Percorriamo quindi tutta la strada di servizio fino all’imponente giunto a “T” da cui parte il salto della condotta verso le turbine in basso e verso il pozzo piezometrico in altro e che si perde sopra la scarpata e si inoltra nella boscaglia sovrastante.

Rientriamo e telefoniamo subito agli artefici di questo miracolo: Marco, Mario, Giuseppe Annamaria e i saldatori che hanno veramente messo a segno un grande colpo per il nostro spirito rinfrancato nel vedere pressoché realizzata una delle parti più difficili ed incognite del nostro progetto.

Certo ci sono ancora molte cose da fare e non meno impegnative come la parte inferiore del salto verso la centrale e la realizzazione del basamento delle turbine e della centrale stessa e degli scarichi che ricondurranno al tranquillo corso del Lukosi le acque che hanno fatto girare le turbine per produrre energia elettrica per questi villaggi.

Cena con pastina nel brodo di verdura e qualche scatoletta. Poi ci dedichiamo ciascuno al proprio diario o al riordino delle proprie cose. Domattina colazione alle 8 e visita al cantiere inferiore.

Casa Monari … 15 ottobre

Stefano Manservisi

Incontriamo P. Wissa che stava uscendo piuttosto stupito di vederci li alle 9 del mattino quando lui pensava che dovessimo essere ancor a Morogoro.

L’accoglienza qui è sempre fraterna e sincera, è bello incontrare gli amici da queste parti, l’entusiasmo è sempre contagioso.

Scambiamo due chiacchiere di benvenuto e di veloce aggiornamento sull’incontro di Mercoledì con mons. Tarcisius e su quello che dovrà seguire martedì prossimo. Prima di salutarci proponiamo di spendere la mezza giornata recuperata in una escursione al parco del Ruaha nella giornata di lunedì. Ci aggiorneremo domani pomeriggio una volta che sia arrivato a Iringa anche P. Luciano.

Prima di salire a Maguta passiamo per il mercato di Iringa a recuperare Mario che sta facendo un poco di spesa per il breve soggiorno a Casa Monari a Maguta.

Lasciamo Iringa e iniziamo a salire sulle nostre montagne passando dall’abitato di Ipoigoro, poi Kilolo (sede della provincia) per poi passare da Kidabaga dove arriviamo nel pieno del variopinto mercato settimanale, pieno di gente e colori. Infine, dopo avere “scollinato” un paio di volte , arriviamo a Madege il capoluogo all’interno del cui territorio si estende il nostro impianto idroelettrico sul fiume Lukosi in località Manguta.

Arriviamo a Casa Monari giusto in tempo per il pranzo.

Come sempre arrivare qui è un po come arrivare a casa e come sempre, l’accoglienza delle ragazze Innocenthia e Tafrigia, dei meccanici, dei capi squadra e di William il capocantiere è degna di fratelli rientrati dopo un lungo viaggio.

Il tempo di sistemare i bagagli nelle camere che è già ora di pranzo. Taffy e Innocenthia hanno preparato degli ottimi maccheroni con un ottimo sugo all’amatriciana.

Sua maestà il Baobab

Carlo Lesi

Nella lunga e faticosa galoppata odierna il paesaggio più affascinante è quello che inizia dopo Mikuni quando si inizia la salita verso l’altopiano che porta ad Iringa. Salendo ci si accorge di essere circondati da montagne maestose che rimangono sullo sfondo. La natura si fa selvaggia tanto che non si osservano insediamenti umani. E’ il regno incontrastato del baobab che accompagna il fiume Piccolo Ruah, che ai piedi della vallata riceve come affluente il Lukosi il fiume della diga di Maguta. Il baobab lo si osserva anche oltre la vallata. Ha un nome simpatico, giocato sulla stessa consonante ripetuta tre volte e tre vocali. Potrebbe essere il nome di una pizza, di un gelato o di un frappé: pizza al baobab, gelato al baobab o se preferite frappè al baobab. E’ un nome dal sapore esotico. Il fusto in genere è grosso e largo per poi sfrangiarsi in numerosi rami bitorzoluti che si assottigliano un po’ alla volta per finire nel nulla. Scarse le foglie per evidenziare l’essenzialità e la nodosità del ramo. La dolce luce del tramonto stasera ne illuminava alcune parte conferendo loro un aspetto lattiginoso. L’ho sempre osservato come l’espressione della vita: nasce con molte speranze che vanno riducendosi con gli anni. Bitorzoli espressione delle difficoltà esistenziali, nodi quali immagini delle scelte da compiere. Lo si potrebbe definire l’albero della vita, vita che nelle zone del baobab deve essere grama: ho visto donne zappare e bambini governare lo scarso bestiame di cui è dotata una famiglia. Ho visto donne magre camminare ai bordi della strada con un cesto sul capo colmo di frutta ed il bambino fasciato sulla schiena. Ho osservato anche qualche uomo lavorare nei campi ma più spesso attorno ad un biliardo con la stecca in mano per colpire le boccette. Non una gran bella figura! Ha ragione chi ha affermato che l’ Africa si salverà grazie alle donne.

Black is Black … 14 ottobre

Stefano Manservisi

Alle 8 il Kurasini è già tutto in piedi, congressisti compresi, carichiamo le macchine e decidiamo di valutare se proseguire o meno una volta arrivati a Morogoro.

Dar è semi deserta per la giornata festiva, ma tutto il traffico si è spostato fuori, dove la gente sembra che abbia approfittato della festività per fare qualsiasi attività, lasciare Dar è stato molto più difficoltoso che attraversarla, comunque una volta lascito l’ultimo villaggio della fascia extraurbana di Dar si riprend a viaggiare serenamente.

Persorriamo la Morogoro road sotto un cielo insolitamente nuvoloso, avendo lasciato il traffico alle nostre spalle il segno diritto della strada si prolunga davanti a noi salendo e scendendo le dolci colline di questa infinita pianura. Immersi in questo paesaggio e sotto le prime gocce di pioggia, Elia estrae una cassetta con “Rain and tears” cantata da Denis Russos e “Black is Black” difficilmente un colonna sonora poteva essere più azzeccata! Sembra di essere fuori dal tempo … alziamo il volume … fantastico!

Arriviamo al Glonency di Morogoro alle 13 e alle 14 abbiamo già mangiato l’ormai familiare riso in bianco con manzo o pollo in umido e verdure saltate sotto la grande tettoia in paglia e quindi decidiamo di proseguire fino oltre il parco del Mikumi e aggiornare la scelta del da farsi quando saremo al Tan Swiss lodge al villaggio di Mikumi (www.tan-swiss.com).

Ci arriviamo alle 16 e decidiamo di percorrere anche i 166 km che ci separano da Iringa dopo avere prenotato le camere al Willolesi Hilltop Hotel (nome un purtroppo altisonante per la realtà del posto ma certamente dignitoso, abbastanza pulito e comunque in una bella posizione che domina la città).

Percorriamo la bellissima valle dei Baobab costeggiando un tratto del fiume Ruaha Kidogo (Ruaha piccolo) passando in mezzo a imponenti baobab che nella loro imponente e nodosa presenza sembrano essere qui dall’origine dell’Africa … quasi ne fossero gli spiriti protettori, la luce calda del tardo pomeriggio aumenta la suggestione, maciniamo altri chilometri e superato il ponte alla confluenza del Ruaha Kidogo con il nostro Lukosi affrontiamo le prime rampe della salita di Kitonga che ci porterà in cima all’altopiano di Iringa. Qui incontriamo la solita teoria di enormi lumaconi stracarichi che arrancano in salita o che scendono altrettanto lentamente ben sapendo che sovraccarichi e malandati come sono questi TIR non potrebbero mai riuscire a fermarsi indenni se dovessero prendere anche solo un po’ di velocità su questo ratto di strada.

Attraversiamo gli ultimi villaggi prima di Iringa ormai al buio.

Bisogna dire che qui viaggiare di sera al buio e affare piuttosto delicato in quanto non è come da noi dove viaggiare al buio significa quasi certamente essere in una zona pressoché disabitata, mentre se si attraversano centri abitati quasi certamente c’è la illuminazione stradale, qui nel buio quasi totale, appena rischiarato dal chiarore lunare, da qualche sporadica lampadina degli innumerevoli negozietti che fiancheggiano la strada e dei fari delle macchine, c’è un mondo brulicante di gente, bambini, commercianti, biciclette, animali e di mille altre cose che potenzialmente ti potrebbero tagliare la strada all’improvviso.

Arriviamo alla reception alla 8:10 dove Mario riceve la solita calorosa accoglienza. L’aria è cambiata, qui è fresco, quasi freddino. Scarichiamo i Toyota e ci ritroviamo per mangiare una zuppa di verdure calda prima di andare a dormire, comunque sia anche se ormai asfaltata di nuovo quasi tutta , 600 km di strada sono piuttosto impegnativi.

Domattina colazione alle 7:30 poi mentre Mario va a fare la spesa al mercato di Iringa, noi possiamo andare a cercare P. Wissa alla casa vescovile.

Mkutano wa Dar es Salaam… 13 ottobre

Stefano Manservisi

Sveglia alle 6:30, la notte sul “Buganda” non è stata proprio tranquilla, il vento che ha soffiato ininterrottamente dal lago ha fatto cigolare questa vecchia barca tanto da svegliarmi tre o quattro volte … comunque il panaorama del lago Victoria alle prime luci del mattino ripaga ampiamente qualche disagio notturno.

Colazione all’inglese e passaggio all’aeroporto. Il volo parte con più di 40 minuti di ritardo ed arriviamo a Dar alle 11.

Decidiamo di fare un passagglio al centro commerciale “village” in fondo all’Oyster Bay per fare alcuni acquisti prima del viaggio di domani e per il pranzo, purtroppo non abbiamo fatto i conti con il traffico di Dar es Salaam nell’ora di punta. La deviazione all’oyster bay ci è costata quasi due ore di tempo tra andata e ritorno, arriviamo al Kurasini dopo le 4 del pomeriggio. Ci sediamo al bar per preparare l’incontro con il Vescovo di Iringa e con p. Lucino che dovrà servire a mettere le basi della collaborazione futura per l’avviamento e la gestione dell’impianto idroelettrico, molti saranno i punti da chiarire e alcuni anche piuttosto delicati. Alle sei meno un quarto ci trasferiamo alla Nazareth house (in pratica l’ambasciata della diocesi di Iringa a Dar) per l’incontro.

Il Vescovo ci accoglie con la solita fraterna cordialità e sediamo attorno al tavolo dove, dopo una breve introduzione per introdurre i temi che dovremo affrontare cominciamo subito ad entrare nel merito.

Alla fine l’incontro è durato quasi due ore ed è stato ampiamente positivo e costruttivo, tutti i nostri dubbi sulle modalità della gestione futura dell’impianto e sulle possibili interazioni con gli enti governativi della Tanzania per l’accesso a finanziamenti per la elettrificazione delle zone rurali o ad altre opportunità di supporto che permettano al reale futura autosifficienza economica e tecnica del nostro progetto sono stati fugati, ed abbiamo concordaro altri due importanti appuntamenti operativi, uno a Iringa a livello tecnico ed uno a Bologna in occasione della visita di Monsignore in Italia poco dopo il nostro rientro.

Concluso l’incontro con una parola del Vescovo ci viene servita la cena a base di riso, pollo il umido e verdure speziate.

Dopo cena salutiamo il Vescovo in partenza per Mwanza e p. Luciano che ci raggiungerà ad Iringa per gli incontri operativi.

Alle 22 rientriamo al Kurasini e scopriamo che al nostro piano manca la luce e che nessuno si è preso la briga di aggiustare nulla. Mario cerca la direttrice che semplicemente sotto la luce di un lampione del cortile (acceso) ci dice chè è un problema della TANESCO (come dire colpa dell’enel in italia e dirlo sotto una luce accesa).

Certo che per dormire non serve la luce, ma per chi come noi si sta dando da fare per cercare proprio di dare questa opportunità a chi non l’ha è difficile accettare questo atteggiamento. In fin dei conti questo è l’ostello della Conferenza Episcopale e cerca di dare una certa immagine, ospitando gente da tutto il mondo, corsi, convegni e non si può fare spallucce se un ospite fa notare che nella sua camera manca la luce (quando questa c’è in tutto il resto del complesso e della città). Questo non perchè in quanto ospiti ci è dovuta la luce ma perchè se stai dando un servizio che prevede camere con letti, materassi e bagno non puoi ignorare chi ti sta dicendo che manca il materasso … allo stesso modo se offri una camera con lampadina !!! Altrimenti non fai altro che alimentare i luoghi comuni sull’africa indolente e sugli africani fatalisti. Comunque Mario riesce a risolvere in qualche modo il problema a vantaggio nostro e di tutti gli ospiti del primo piano, il disappunto resta.

Domani è giorno festivo, si commemora l’anniversario della morte di Julius Nierere fondatore della Tanzania.

Dovremmo quindi trovare una città semi deserta e senza il solito caos, decidiamo di prendercela con un poco più di calma e ti trovarci per le 8 e fare colazione sulla strada per Morogoro ed essere ad iringa per salire a Maguta sabato.