Mi rivolgo a quel lettore o due…

Carlo Lesi

Stasera si parte per tornare a casa. E’ il momento delle considerazioni e dei saluti. Mi rivolgo a quel lettore o due ( Manzoni nei Promessi Sposi si rivolgeva ai suoi venticinque lettori: non ambisco a tanto), oltre a mia moglie Maria, che hanno avuto la bontà di seguire i resoconti di Stefano e miei. Nati per scherzo fra di noi via via sono stati per me e credo anche per Stefano motivo di divertente riflessione serale al termine di giornate impegnative e faticose sia per i continui trasferimenti in differenti parti della Tanzania sia per i colloqui con i vescovi di alcune diocesi, il loro collaboratori ed i responsabili civili delle varie città dove siamo stati. Fra l’altro, nel redigere gli appunti di viaggio, non ci siamo influenzati a vicenda perché, per motivi tecnici del mio computer, non sono riuscito a collegarmi ad Internet e quindi al sito di Solidarietà. I resoconti di Stefano li leggerò a casa. Sarà una sorpresa.

Per quanto mi riguarda mi sono pian piano allontanato dalla descrizione del viaggio per accentrare l’attenzione su di un avvenimento – anche se di minore importanza – che durante la giornata aveva acceso la mia fantasia perché fonte di riflessione sulla vita quotidiana delle persone incontrate. Di certo per conoscere un popolo forse non basta una vita e due settimane sono insufficienti, ma con un po’ di attenzione si possono cogliere particolari utili alla comprensione. Questa è stata la linea di fondo seguita.

Che dire del viaggio? Lo definirei intenso sia per i continui spostamenti sia per le numerose persone incontrate. Intenso dal punto di vista logistico e dei contenuti. Altri, più competenti del sottoscritto, ne trarranno le conseguenze “politiche” per l’attività futura di Solidarietà ed in particolare nei confronti dell’impianto idro-elettrico di Maguta. Sono sicuro che l’opera andrà a buon fine a tutto vantaggio delle popolazioni locali. Momenti salienti sono stati il viaggio a Tabora perché ci siamo inoltrati in una parte della Tanzania non battuta dai turisti spingendoci nel cuore del paese, la salita nella pace di Maguta sulle ardue montagne sopra Iringa e la visita al Ruaha National Park a diretto contatto con un ampio spettro di animali, alcuni visti da pochi passi. La vista finale del leone e della leonessa ha rappresentato il degno coronamento della visita.

Venire in Tanzania – credo si possa dire in Africa- si entra in contatto con un modo di vivere completamente diverso dal nostro, direi talvolta opposto a cui occorre prepararsi se non si vuole assumere un atteggiamento miope di incomprensione o peggio di ostilità. Non ci sono realtà migliori o peggiori, ce ne sono di diverse che contribuiscono con le loro peculiarità a formare questa gustosa marmellata che è la vita sulla terra.

Se ho annoiato i miei due lettori chiedo venia e da stasera toglierò il disturbo, se in qualche modo hanno resistito nella lettura trovando qualche interesse mi fa piacere e li ringrazio.

 

Carlo Lesi

 

Attori del viaggio in ordine di apparizione.

 

GFM: Gianfranco Manservisi, Presidente ONG Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere;

SM: Stefano Manservisi, di lui figlio;

CL: Carlo Lesi, scrivano;

MC: Mario Canali, colonna portante della ONG;

JWA: Ing John Asghedon, lavora in Tanzania e collabora con la ONG;

P. PW: Padre Peter Wissa, segretario del Vescovo di Iringa;

P.LM: Padre Luciano Mpoma, procuratore del Vescovo di Iringa a Dar Es Salaam.

Il caos di Dar … 20 ottobre

Stefano Manservisi

Oggi comincia il rientro vero e proprio. Sveglia alle 6:30 per avere il tempo di completare i diari e la pubblicazione sulla nostra pagina web degli scritti di Carlo. Colazione alle 8 e alle 9 siamo già sulla old Morogoro road diretti verso la statale che ci ricondurrà verso est a Dar.

Da Morogoro a Dar la presenza umana è molto più densa e se lasciando Morogoro i villaggi sono intercalati da grandi piantagioni di agave (che serviva per le cime delle navi, or sorpassate da prodotti sintetici di importazione), dopo l’abitato di Chalinze è una ininterrotta teoria di villaggi, mercati agli incroci con le piste che arrivano dall’interno e agglomerati sorti nei pressi di una fermata di bus o di una stazione di “pesa” per i TIR.

Luciano guida veloce con qualche apprensione di Carlo e Mario ma i rallentamenti sono mille: dissuasori in grado di trasformare le auto in tori meccanici da rodeo; camion sovraccarichi o in procinto di esalare l’ultimo nerastro respiro puzzolente e i sorpassi azzardati delle corriere lanciate a velocità supersoniche alle quali è opportuno cedere il passo.

In questo modo io posso approfittarne per cercare di catturare quante più occasioni possibili per fissare immagini delle mille scene di vita africana on the road: donne con carichi improbabili in sicuro equilibrio sulla testa vestite di colori sgargianti ma sempre non prive di una dignitosa eleganza; officine improvvisate dove gruppi di tecnici più o meno pratici discutono animatamente sul da farsi; moto taxi (i famosi pikipiki) che sfrecciano trasportando eroici passeggeri sprezzanti del pericolo e delle leggi della fisica; carretti faticosamente spinti a braccia con carichi abnormi; mamme con bambini sulla schiena e poi ciclisti, pedoni, persone ferme alle fermate dei bus, bancarelle che vendono qualsiasi cosa purché sia colorata e tantissime altre scene che cerco di cogliere al volo dal finestrino del Toyota.

Facciamo una breve sosta in un “business center” lungo la strada in corrispondenza di un affollato sobborgo dove Luciano procura in banca una serie di banconote e monete della Tanzania per Gianfranco.

Alle porte di Dar la strada guadagna due corsie ma anche molti altri veicoli e infatti, non faccio in tempo a pensare che tutto sommato fino ad ora siamo andati piuttosto spediti che siamo in coda fermi in attesa di attraversare l’immissione delle Morogoro road con la Mandela road.

E’ ormai mezzogiorno e decidiamo di andare direttamente alla Nazareth House per lasciare Luciano e caricare il nostro autista ufficiale, Elia, che ci ha preceduto a Dar in bus.

Al Pope John Paul II occupiamo le camere e andiamo a mangiare un boccone al bar.

Dopo essermi un poco rinfrescato, alle 4 in punto Elia passa a prendermi per portarmi di nuovo alla Nazareth dove Luciano mi ha chiesto di fare un giro per l’edificio e dargli qualche suggerimento per la futura ristrutturazione. L’obiettivo sarebbe quello di dotare le camere esistenti di bagno e di soprelevare tutto di un piano. Posto che è necessaria la verifica delle fondazioni e delle strutture (queste ultime a vista molto probabilmente in grado di sopportare un piano in più) mi pare che l’operazione sia possibile e realistica, cerco di dargli qualche suggerimento concreto sia dal punto di vista distributivo che impiantistico e gli do la disponibilità a valutare qualche alternativa quando potrà mandarmi i disegni delle piante attuali.

Alle 5 e un quarto Mario Carlo e Gianfranco arrivano a prendermi per andare all’Oyster bay al nostro solito centro commerciale dove fare gli ultimi acquisti. Purtroppo il traffico non è ancora smaltito e arriviamo che i negozi sono già chiusi, pazienza, entriamo nel supermercato che per fortuna chiude più tardi e comperiamo The, caffè e spezie della Tanzania da portare a casa, poi ci sediamo per la cena e rientriamo.

Alle 8:30 il traffico è finalmente più scorrevole e arriviamo in camera poco dopo le nove.

 

Domattina potremo dormire un poco di più, poi passeremo la mattina in giro per Dar e il pomeriggio cercando di stivare i souvenir nelle valigie. Poi alle 8 di sera ci faremo accompagnare al Julius Nierere International Airport per prendere il volo KLM che ci porterà ad Amsterdam dove atterreremo sabato mattina per prendere il volo per Bologna.

 

Il saluto

Carlo Lesi

Ai lati della strada si muove un brulichio di persone: bambini/e in divisa ( camicetta bianca; gonna o calzoncini bleu) che vanno a scuola, ragazzi o uomini in bicicletta con carichi pesanti talvolta su ripide salite sotto un sole cocente, donne che portano sulla testa in perfetto equilibrio un sacco di farina o un secchio d’acqua – imparano fin da piccoli, ragazzi/e che vendono in modo festoso le loro mercanzie ( pomodori, polli, carbone), uomini e donne con la zappa sulla spalla che vanno o tornano dal campo, ragazzi nullafacenti che siedono con fierezza sulle loro fiammanti motociclette, alcuni senza un’apparente attività. Si incontrano ed anche se non si conoscono hanno un tratto comune: si salutano sempre, sorridendo. Si incontrano dieci volte nella giornata, si salutano sorridendo dieci volte! Se poi non hanno fretta o è la prima volta nella giornata che si incontrano si stringono la mano.. Si salutano anche a lungo o addirittura per tutto il tempo della conversazione che può durare anche molti minuti. Lo swahili è una lingua che usa molte parole per esprimere un concetto. E’ più analitica che sintetica. In alcune zone del paese, specie nel sud, le strette di mano sono accompagnate da un gesto di rispetto che consiste nel toccarsi il gomito destro con la mano sinistra e da un inchino o da un suo accenno. Il saluto è accompagnato da uno scambio di parole: cominciano dandosi il benvenuto: karibu ! che può diventare karibu sana ( benvenuto molto) quando vogliono attribuire enfasi al saluto soprattutto nei confronti di uno straniero. Sembra che in quel momento si sentano responsabili di salutare la persona che hanno di fronte a nome della popolazione intera. A saluto risposta: ahsante ( grazie) che può amplificarsi in ahsante sana ( grazie molto) a seconda del calore umano che si è creato. Raccontava un amico che, da più di venti anni viene in Tanzania, che un giorno chiese per strada ad una persona un’informazione senza salutarlo. Quella persona si offese tanto che non gliela voleva dare. “ Chi sei? “ gli domandò perché non lo conosceva. Poi prevalse la gentilezza innata dei tanzaniani e lo accompagnò addirittura sul posto. Tali attenzioni nei confronti della persona con cui si parla si manifestano anche a tavola, per cui non è sconveniente mangiare o passare alimenti con la mano sinistra: potrebbe sembrare scarso apprezzamento per il cibo che l’ospite offre. Se ci si reca invitati a casa da un amico tanzaniano, prima di entrare è doveroso dire: hodi? ( posso?) in attesa di ricevere l’immancabile karibu. Nel caso poi vengano fatti regali è tradizione accettarli con entrambe le mani o con la mano destra mentre con la sinistra ci si tocca il gomito sinistro. A qualcuno tali atteggiamenti possono sembrare stucchevoli convenevoli, espressione di un galateo di altri tempi. Al sottoscritto invece appaiono un comportamento rispettoso di un popolo nei confronti del prossimo che affonda le radici nella sua storia. Va accolto e rispettato.

Paese che vai usanze che trovi

Carlo Lesi

Aspetto positivo di un viaggio all’estero è quando si riesce ad entrare negli usi e costumi della popolazione locale. Ieri a tavola con Lucio e Bruna il discorso è caduto sulla moderna tecnologia sanitaria occidentale che permette alle persone di superare fasi molto critiche delle loro malattie

( infarti, ictus) allungando l’esistenza. L’aspettativa di vita in Italia è per le donne di 84 anni e di 78 anni per gli uomini. In Tanzania di circa 50 anni. In questo modo – affermavano – la morte viene sempre più allontanata nel tempo quasi non fosse un evento naturale della vita. Scriveva Tiziano Terzani nel libro “L’ ultimo giro di giostra” che nel linguaggio comune italiano si è superato il tabù della sessualità di cui ora si parla apertamente, mentre resiste quello della morte che si tenta anche di esorcizzare. Invece in Tanzania – penso in Africa – la morte fa parte della vita. Di qui il senso del limite, della finitezza che il popolo possiede. Sa di non essere onnipotente, mentre i popoli occidentali danno l’impressione di cercare l’onnipotenza dato che la tecnologia li sorregge in questa ricerca allungando talvolta vite disumane. Qui i bambini assistono alla morte dei loro parenti che avviene in casa, si abituano ai morti che vengono sepolti vicino alla capanna, sono un tutt’ uno con il villaggio. Raccontava Bruna che un giorno aveva in casa alcuni bambini che ricordavano con esattezza quanti anni prima era morto un loro genitore, un loro nonno. Imparano che la vita finisce. Da noi si muore il più delle volte in un’anonima camera di ospedale ed i bambini vengono tenuti lontano. Non gli si fanno vedere i morti. I nostri bambini non imparano che la vita ha un termine per cui diventano, anzi diventiamo adulti ed anziani il più delle volte con la sua paura, ricorrendo a gesti scaramantici più o meno simpatici o ad amuleti di ogni genere. Per i tanzaniani imparare fin da bambini che l’esistenza non è eterna ha dei riflessi pratici sulla vita quotidiana: sanno accettare quello che hanno day by day senza preoccuparsi del domani, sanno sorridere e ridere per un nonnulla o anche se non hanno nulla, non si affannano più di tanto se non riescono a fare oggi quanto avevano messo in agenda, sanno accettare i contrattempi o peggio ancora le disgrazie, sanno che non possono cambiare il mondo, sanno che non possono arrivare dappertutto: di grazia se hanno di che mangiare almeno una volta al giorno, se hanno un tetto per quanto di paglia ( ad Iringa se ne vedono molti di lamiera ) sotto cui ripararsi, se riescono a trovare un lavoro tutti i giorni. Forse è giunto il momento in cui noi occidentali abbiamo da imparare a vivere dagli africani?

Il mistero delle flip flop

Stefano Manservisi

C’è una cosa che mi incuriosisce girando la Tanzania: perché le ciabattine infradito (flip flop) che qui usa dare in dotazione alla camera sono sempre rigorosamente e marcatamente spaiare? Magari della stessa serie, ma certamente con colori disegni e taglia diversi … Esiste forse una qualche antica superstizione secondo la quale “porta bene” calzare flip flop spaiate? Per me è già abbastanza curioso il fatto che invece del classico scendiletto o della pedana coordinata alla biancheria da bagno qui diano le ciabattine … ma forse è perché in effetti in qualità di “mzungu” (bianco, straniero … non proprio in senso vezzeggiativo) sono avvezzo a lussi che qui non si possono pretendere o forse perché è più igienica la ciabattina di plastica ? O perché è più economica … non so ma la cosa mi lascia abbastanza indifferente … uso le mie e sono sereno. Ma quello che mi incuriosisce e a proposito del quale fino ad ora non sono riuscito ad avere risposte esaurienti (il massimo che ho ottenuto chiedendo è stata una alzatina di spalle e un sorrisetto) … quello che mi incuriosisce dicevo è il mistero delle flip flop spaiate … Any help?

Spazio e tempo

Stefano Manservisi

Lo scambio di messaggi che riesco a tenere con gli amici che seguono le tracce del nostro viaggio e in particolare uno scambio avuto con il mio amico Stefano, assieme alle sensazioni raccolte dai luoghi che sto attraversando, alcuni per la prima volta, mi fanno sentire a volte come in un romanzo di fantascienza dove i protagonisti viaggiano nello spazio e nel tempo, mentre il collegamento alla rete è una sorta di debole ed instabile collegamento con la base di partenza. Non preoccupatevi, non ho mangiato particolarmente pesante o bevuto smodatamente … stavo solo pensando ad alcune fugaci sensazioni come quella provata qualche giorno fa viaggiando lungo la Morogoro road, che si snoda come una striscia bianca e diritta che si adagia su e giù per le dolci colline della piana ad ovest di Dar es Salaam, sotto un celo nuvoloso e a tratti piovoso, attraversando villaggi dove donne nere in abiti coloratissimi offrivano le loro mercanzie su banchetti improvvisati … la colonna sonora di questo viaggio a ritroso nel tempo era composta da Reain and Tears cantata in inglese da Denis Russos, “ … rain and tears are the same … “ seguita da una quanto mai appropriata Black is Black … (più appropriato di così !) … solo che mi pareva di essere negli anni ’70 … L’Africa riserva anche queste sorprese …

Yeah!
(Come direbbe un mio amico tafano)

Shikamoo

Stefano Manservisi

Esiste un saluto in Tanzania, o comunque in queste parti dell’Africa nera, che chi è passato di qui non può dimenticare: è il saluto dei bambini verso gli adulti, o vesro le persone anziane o comunque più importanti. I bambini salutano dicendo “shikamoo” e gli adulti rispondono “marahaba” e si inchinano (gli adulti) per farsi imporre le mani sulla testa dai più piccoli.

In un paese dove l’aspettativa di vita si ferma a 50 anni o poco più gli anziani godono un credito di saggezza che io vedo mirabilmente sintetizzato in questo saluto, dove il bambino posa le mani sulla testa dell’adulto quasi per attingerne il sapere, ma è l’adulto che deve inchinarsi davanti alla novità … Purtroppo credo che certi anziani europei … italiani non potrebbero capire … forse perché da noi l’aspettativa di vita è molto più elevata.

I volontari di Nyumba Ali

Carlo Lesi

Oggi sosta ad Iringa. Ho avuto modo di rivedere Bruna e Lucio che da 4 anni vivono qui dopo avere lasciato Bologna ed hanno accolto in casa tre ragazze con handicap motorio e/o psichico. Hanno poi costruito, affianco la casa, una palestrina di riabilitazione per bambini con esiti di paralisi cerebrale. La loro associazione si chiama Nyumba ali ( Casa con le ali) e non ci sono parole per esprimere la nostra gratitudine mista a stupore di fronte a scelte di vita così radicali ed utili. Non fanno notizia ma lasciano un segno – quanto meno una memoria – in chi ne viene a contatto. Assieme a loro ho incontrato quattro ragazzi italiani con meno di trenta anni ciascuno che a vario titolo danno una mano: due volontari civili, una laureanda come logopedista, una maestra di sostegno per ragazzi con handicap. Tutti qui per tempi diversi, ma animati dal desiderio di venire a contatto con simile particolare iniziativa. Anche formativa sia sul piano umano che professionale. Un paio di loro di pomeriggio si reca nelle abitazioni dei bambini per valutare come stanno e soprattutto se si alimentano. Le porte si sono aperte perché i nostri amici hanno istituito frequenti contatti con le madri creando fiducia nel lavoro svolto. I padri latitano. Da queste parti la regola è un pasto al giorno: polenta e fagioli, riso e legumi. Carne e pesce rari per motivi economici.

Dal che si comprende la frequente malnutrizione che affligge i piccoli: ne ho visti un paio con il pancino gonfio. Il che complica la loro malattia.

Ovvio che questi volontari sono ben tutelati dal punto di vista umano e delle attività che svolgono, ma il solo pensiero di lasciare la nazione di origine, venire in un altro continente molto diverso da quello di origine e vivere accanto a bambini con gravi disabilità è encomiabile a dir poco. Convivere con banali disagi: l’improvvisa mancanza di acqua e/o di luce. Ad esempio in questo momento sto scrivendo nel buio della mia camera per la scomparsa della luce. Stamattina mancava l’acqua. Chi svolge servizio civile si ferma un anno, gli altri per periodi inferiori. Allora va detto a chiare lettere che esiste ancora una gioventù non fannullona e non “bambocciona” che decide di spendere senza enfasi parte della propria vita al servizio di chi la vita, per vie imperscrutabili, ha reso meno fortunata della loro. Anche su questo punto c’è da riflettere: spesso i portatori di handicap sopperiscono con profonda sensibilità umana ed affetto alle carenze fisiche, psichiche, intellettive. Sembra che abbiano sviluppata – con un misterioso meccanismo di compensazione – la parte del loro essere non toccata dalla malattia. L’arricchimento- seppur faticoso – diventa reciproco fra loro e chi hanno a fianco. E’ proprio il caso di dire che “ chi trova un volontario trova un tesoro.”. 

Ruaha National Park … 17 ottobre

Stefano Manservisi

Un’altra levataccia (alle 4:45) me se non altro questa volta non è per andare a prendere un aereo ma per andare al Ruaha National Park.

Dopo tanto galoppare (in 6 giorni abbiamo girato 4 angoli della Tanzania: Dar, Mwanza, Tabora e Iringa) alla fine siamo riusciti a ritagliarci una giornata quasi intera per noi.

Viaggiando in Tanzania, non è che ci si debba aspettare di affrontare pericoli o incognite avventurose, finche tutto va per il verso giusto “apana problem” nessun problema, però non bisogna ma dimenticare che non siamo a casa nostra e che se capita qualche inconveniente non sempre le cose si possono risolvere con una telefonata. Quindi in questi nostri viaggi intensi e pieni di appuntamenti e incontri è necessario avere un certo margine di tempo e sapere che i programmi si fanno per rifarli. Così ormai esauriti la maggior parte degli impegni ed essendo tutto andato sinora per il meglio possiamo attingere un poco di tempo da quei margini che mi ero tenuto.

Alle 8 siamo ad Iringa e dopo avere fatto il pieno in una delle nostre usuali stazioni di rifornimento entriamo in vescovado per incontrare Luciano e Peter che ci accompagneranno al Ruaha National Park., mentre Mario con i nostri due autisti e il Toyota più vecchio, resteranno a Iringa per sbrigare alcune questioni e passare in officina. Mario è già stato più volte al Ruaha e certamente si diverte di più a girare per Iringa dove credo che ormai tutti lo conoscano.

Dopo una breve colazione offertaci nella sala da prenzo, sempre pronta e imbandita per ogni evenienza a qualsiasi ora, Luciano mi dice che non potrà accompagniarci perchè deve restare in sede per preparare assieme agli altri invitati all’incontro di domattina l’agenda di lavoro (!).

Questa mattina avrò anche l’occasione finamente di guidare io il Toyota per le strade di Iringa perchè Peter, prima di accompagnarci, deve portare una macchina della Diocesi al RUCO (Ruaha University College), in pratica l’Università Cattolica di Iringa, un’altra istituzione voluta e sostenuta dalla diocesi locale che ha grande sensibilità e molte attività nel campo dell’istruzione e della formazione.

Lasciamo Iringa verso le 10 e finalmente ci dirigiamo verso il parco. Lasciati i sobborghi ad ovest della citta, dove nuovi quartieri si stanno sviluppando senza una chiara ed efficace pianificazione e in evidente carenza delle infrastrutture minime di urbanizzazione (niente rete fognaria, solo l’indicazione dell’obbligo di dotarsi di fossa biologica, senza poi preoccuprsi di dove e come queste scarichino a loro volta, niente strade, distribuzione elettrica caotica e acquedotto insufficiente) imbocchiamo la strada che porta al bivio per la missione di Tosamaganga dove si trova anche il St. John of the Cross Hosptal. L’asfalto finisce al bivio per Tosamaganga, di qui saranno altri circa 120 km di strada bianca fino all’ingresso del parco. Subito dopo la fine dell’asfalto e fino a che si incontrano abitati e abitanti incrociamo una sequenza di chiesette bianche, Peter ci dice che sono chiese Ortodosse, realizzate non molti anni fa con fondi provenienti dalla Grecia ma che non sembrano avere riscosso particolare seguito.

Padre Peter ci spiega come interventi di questo tipo non sono rari in Tanzania e ci porta l’esempio della serie di piccole moschee, tutte simili e costruite qualche anno prima con fondi arabi. Peter ci spiega che si tratta, secondo il suo punto di vista,di interventi di puro proselitismo, infatti si tratta sempre di interventi realizzati lungo le strade principali, dove è più facile essere visti de è più economico costruire e meno impegnativo gestire, ma anche dove in realtà c’è meno necessità, in quanto insediati dove già ci sono attività e commercio, all’interno lontani dalle direttrici principali è più faticoso difficoltoso intervenire; ci dice anche che spesso poi se persone o familie in difficolttà si rivolgono a queste strutture, la possibilità di ottenere qualche aiuto è legata al rinnegare la propria fede per abbracciare le loro.

Una volta superati gli ultimi villaggi, la discesa dall’altopiano di Iringa alla piana del Ruaha dura decine di chilometri e percorrendo la strada sterrata che taglia una infinita foresta secca e disabitata è priva di orizzonte, sembra una infinita discesa verso il mare indefinitamente lontano.

Arriviamo al gate di ingresso al parco: Mzngu 20$ local 1$ … mi pare una buona idea chissà se è esportabile.

Comunque appena entrati, proprio al ponte per attraversare il fiume Ruaha, il primo spettacolo: ippopotami, coccodrilli e aironi … bellissimo! Dopo la prima raffica di fotografie proseguiamo fino al Park HQ dove carichiamo (per 16000 Tsh) la nostra guida alla quale chiediamo subito se si riescono a vedere i leoni. Purtroppo l’orario non ci è propizio ma ci assicura che farà il possibile. Mentre siamo alla ricerca dei leoni incontriamo una piccola mandria di zebre con anche i piccoli, poi gazzelle, impala, gnu, bufali, babbuini e altre scimmie, pernici, struzzi, uccellini dai colori vavaci impossibili da fotografare al volo, e uccellini dal becco rosso tipici del Ruaha …e alla fine quando ormai stavamo per rinunciare a cercarli … ecco i leoni. Non molto vicini … anzi piuttosto lontanucci, sulla riva opposta di un fiume secco , ma comunque abbastanza vicini da essere distinguibili e fotografabili, e subito dopo … la pattuglia della jungla, che per chi si ricorda “il libro della jungla” è composta da elefanti in buon ordine che marciano in fila indiana sotto la guida del loro capo. Il parco del Ruaha in questa stagione è secco, ma pur sempre pinteggiato da una incrdibile quantità di differenti alberi verdi che spiccano in mezzo ad un mare di alberi secchi ed arbusti.

Sono ormai passate le quattro e quando la guida ci chiede se vogliamo continuare la ricerca dei leoni dietro la montagna, a malinquore dobbiamo declinare, perchè è già ora di rintrare. Uscendo dal parco imbocchiamo un itinerario parallelo ma che ci dice Peter essere più breve di quello fatto all’andata anche se leggermente più disagevole.

Rientriamo nelle camere, dopo avere lasciato Peter in vescovado, alle 16:30, giusto il tempo di farsi una doccia per toglersi di dosso la polvere dei chilometri percorsi e i nostri amici, Peter, Luciano e Isàia vengono a prederci per portarci a cena in un bel ristorantino indiano di cui ignoravamo l’esistenza.

Dopo cena e dopo esserci accordati per l’incontro di domattina rientrimo in camera. Mi bruciano gli occhi per la luce, la polvere, il sonno, ma è stata veramente una bella giornata.

L’impassibile eleganza della giraffa

Carlo Lesi

In ogni società che si rispetti ciascuno rappresenta un aspetto della vita, composta di tanti tasselli. Ci pensavo oggi mentre cercavamo il leone al termine del nostro safari all’interno del Ruaha National Park. E’ il nucleo di un vasto ecosistema incontaminato che si estende per circa 40.000 Kmq ed è il secondo parco in ordine di grandezza di questa terra contenendo 12.000 esemplari di animali oltre a 400 specie di uccelli.

Lungo la parte orientale del parco scorre il Great Ruaha River che ospita ippopotami e coccodrilli. Il fascino del parco consiste anche dall’essere poco battuto dai turisti per cui è visitabile in assoluta tranquillità. Necessitano tre-quattro giorni per percorrerlo tutto tanta è la sua ampiezza.

Stavamo cercando il leone che non si faceva trovare. Dispiaceva andarcene senza averlo visto. Abbiamo girato e rigirato per lungo tempo a vuoto lungo le piste del parco sotto l’occhio vigile della guida. D’altronde i capi si devono far desiderare!. Finalmente lo abbiamo avvistato da lontano accovacciato sul greto del letto di un fiume asciutto in compagnia della leonessa all’ombra di un albero.. Pareva stanco e sazio. Voleva riposare. In quel momento era molto caldo e tutti gli animali per istinto cercavano l’ombra.

Così se il leone “ simba” è il re della foresta per la sua maestosità e le sua capacità predatorie, se il bisonte, il rinoceronte ed il bufalo rappresentano la forza bruta, l’elefante la potenza, le gazzelle l’agilità, le zebre la bizzarria dei colori della pelle, il coccodrillo la facile capacità di mimetizzarsi per colpire a tradimento ecc , la giraffa si distingue per la sua eleganza nonostante pesi 450-1200 Kg la femmina e 1800-2000 Kg il maschio. Con i suoi 5 metri di altezza raggiunge con facilità i rami più alti degli alberi e nel contempo domina la scena circostante. Incontra difficoltà ad abbassarsi per abbeverarsi. Nonostante il suo atteggiamento indifferente, è in grado di battere in velocità qualsiasi predatore. Ce ne siamo accorti oggi quando ne abbiamo vista una che cambiava strada con rapidità alla vista del leone. Dicevo della sua eleganza. Anche se a prima vista può apparire goffa causa il collo lungo, simile a quello immortalato dalle donne di Modigliani, che collega la piccola testa in cima con un corpo che ricorda quello di un impala, il suo incedere lento e guardingo denota stile e padronanza di sé. Pare una esperta modella che sfila sulla passerella in un defilè di moda. Anche quando si nutre delle foglie degli alberi assume un atteggiamento compassato. La maculatura della pelle, più o meno scura a seconda dell’età e della razza, le dona un tocco di signorilità. Pare rivestita di una pelliccia. In un mondo come quello animale ( ma non solo) in cui vige la legge del più forte un po’ di stile non guasta. E’ anche vanitosa: si lascia fotografare con facilità mettendosi in posa per restarci tutto il tempo che necessita al fotografo per coglierne l’impassibile bellezza.